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Manifesto : Celebrazioni anni '98 : Discorso del comandante
Discorso del Comandante
La presenza del
9° reggimento d'assalto, oggi, sul Col Moschin ha tre significati, di
riconoscenza, di testimonianza e di sfida.
La riconoscenza guarda al passato, con
gli occhi con i quali ogni figlio guarda alle opere del padre che gli ha donato
vita e nome.
Con questi occhi guardiamo alle fiamme
nere che combatterono valorosamente qui ottant'anni or sono contro gli
altrettanto valorosi soldati austriaci che avevano effettuato la poderosa,
pericolosa e ultima offensiva contro le linee italiane.
Questa riconoscenza sarebbe monca se
non fosse poi rivolta agli arditi del 10° reggimento che, nel secondo conflitto
mondiale, ereditarono le tradizioni delle fiamme nere e furono protagonisti di
disperate azioni contro un nemico che, in nord africa come in sicilia, aveva
ormai rotto gli argini e si preparava a dilagare.
Con lo stesso spirito pensiamo a
coloro che dopo l'otto settembre del '43 scelsero di continuare a combattere su
entrambi i fronti della guerra che era ormai diventata civile, rifiutando il
facile e disonorevole invito al "tutti a casa".
Infine, la nostra riconoscenza va a
coloro che, con coraggio intelligenza e fantasia negli anni 50 rigenerarono il
seme di quello che siamo oggi, consentendo così di non disperdere un patrimonio di tradizioni e di capacità
importantissime per il nostro paese.
Alcuni di questi uomini,
autorevolmente rappresentati dal Gen. Angioni presidente dell'OMI, ci onorano
della loro presenza qui oggi.
La testimonianza discende direttamente
dalla riconoscenza e serve a confermare la continuità che ci lega a questi
nostri nobili predecessori.
In sostanza, consiste nel riconoscere vita significato e vigore nelle
tracce delle trincee che si trovano su questo colle, nei cimeli che sarebbe
facile reperire sotto pochi palmi di terra e nei racconti dei nostri padri e dei
nostri nonni.
Tutti questi elementi non sono reperti
archeologici di un popolo scomparso o leggende partorite da una fervida
fantasia.
Per contro, sono concreta realtà,
verità. Sono il segno di un passato che resta presente, anche se l'egoismo,
l'ignoranza e la memoria corta dei nostri giorni vorrebbero negarlo.
E' da questa testimonianza, infine,
che deriva l'esigenza di sfida quale risposta secca che dobbiamo a chi, con
snobismo e disprezzo, definisce beati i popoli che non hanno bisogno di eroi.
Noi, al contrario, sappiamo di avere
bisogno dei nostri eroi e ad essi ci stringiamo.
Per questo onoriamo i Caduti italiani
del Col Moschin, uniti in dolorosa fraternità con gli austriaci che fummo
costretti a combattere.
Per questo ricordiamo con sofferenza e
devozione tutti coloro che donarono la vita in obbedienza alla legge del dovere,
sia in operazioni che in addestramento, anche quando questo implicava la
rinuncia a se stessi.
La presenza della famiglia del Serg.
Magg. Paolicchi, medaglia d'oro al v.m. - caduto a Mogadiscio - è quindi per
questo particolarmente significativa, cosiccome è stata significativa la
semplice cerimonia con la quale e' stata appena concessa la decorazione al v.m.
al Magg. Salvati.
Con questo spirito quindi, sfidiamo
senza alcuna esitazione chi - anche dai nostri mezzi di informazione - vorrebbe
attribuire al nostro popolo solo le qualità (o meglio, le caratteristiche) dello
sguaiato e spinellato strimpellatore di rumorose canzoni senza senso, del
criminale imbrattattore di mura millenarie, del creatore di mode effimere,
oscene e vacue, del folcloristico maneggione privo di ogni scrupolo quando non
quelle, addirittura, del malavitoso cronico ed irrecuperabile.
Noi, infatti, ci sentiamo prima di
tutto figli di un popolo che ha anche generato grandi uomini e valorosi soldati
e questa consapevolezza ci ha convinti, nel momento della nostra scelta di vita,
di servire l'Italia con le stellette sul bavero e nei ranghi del reggimento.
Questo, non altro, ci rende
consapevoli che esiste ancora qualcosa che vale la pena di difendere, nel nostro
paese, prima e al di là della nostra vita.
Incursori del 9° reggimento d'assalto,
nelle nostre vene scorre ancora un po' del sangue che fu degli arditi di Messe,
di Gazzaniga, di Boschetti e di Marcianò.
In noi e con noi continuano ad operare
i sabotatori e gli incursori di Falcone e di Angioni.
Se manterremo la consapevolezza della
continuità che ci lega a loro, sapremo meglio operare per la salvezza del nostro
popolo e per l'onore della nostra Patria.
Col. Marco Bertolini
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