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Discorso del Comandante

La presenza del   reggimento d'assalto, oggi, sul Col Moschin ha tre significati, di riconoscenza, di testimonianza e di sfida.

La riconoscenza guarda al passato, con gli occhi con i quali ogni figlio guarda alle opere del padre che gli ha donato vita e nome.

Con questi occhi guardiamo alle fiamme nere che combatterono valorosamente qui ottant'anni or sono contro gli altrettanto valorosi soldati austriaci che avevano effettuato la poderosa, pericolosa e ultima offensiva contro le linee italiane.

Questa riconoscenza sarebbe monca se non fosse poi rivolta agli arditi del 10° reggimento che, nel secondo conflitto mondiale, ereditarono le tradizioni delle fiamme nere e furono protagonisti di disperate azioni contro un nemico che, in nord africa come in sicilia, aveva ormai rotto gli argini e si preparava a dilagare.

Con lo stesso spirito pensiamo a coloro che dopo l'otto settembre del '43 scelsero di continuare a combattere su entrambi i fronti della guerra che era ormai diventata civile, rifiutando il facile e disonorevole invito al "tutti a casa".

Infine, la nostra riconoscenza va a coloro che, con coraggio intelligenza e fantasia negli anni 50 rigenerarono il seme di quello che siamo oggi, consentendo così  di non disperdere un patrimonio di tradizioni e di capacità importantissime per il nostro paese.

Alcuni di questi uomini, autorevolmente rappresentati dal Gen. Angioni presidente dell'OMI, ci onorano della loro presenza qui oggi.

La testimonianza discende direttamente dalla riconoscenza e serve a confermare la continuità che ci lega a questi nostri nobili predecessori.

In sostanza, consiste nel riconoscere  vita significato e vigore nelle tracce delle trincee che si trovano su questo colle, nei cimeli che sarebbe facile reperire sotto pochi palmi di terra e nei racconti dei nostri padri e dei nostri nonni.

Tutti questi elementi non sono reperti archeologici di un popolo scomparso o leggende partorite da una fervida fantasia.

Per contro, sono concreta realtà, verità. Sono il segno di un passato che resta presente, anche se l'egoismo, l'ignoranza e la memoria corta dei nostri giorni vorrebbero negarlo.

E' da questa testimonianza, infine, che deriva l'esigenza di sfida quale risposta secca che dobbiamo a chi, con snobismo e disprezzo, definisce beati i popoli che non hanno bisogno di eroi.

Noi, al contrario, sappiamo di avere bisogno dei nostri eroi e ad essi ci stringiamo.

Per questo onoriamo i Caduti italiani del Col Moschin, uniti in dolorosa fraternità con gli austriaci che fummo costretti a combattere.

Per questo ricordiamo con sofferenza e devozione tutti coloro che donarono la vita in obbedienza alla legge del dovere, sia in operazioni che in addestramento, anche quando questo implicava la rinuncia a se stessi.

La presenza della famiglia del Serg. Magg. Paolicchi, medaglia d'oro al v.m. - caduto a Mogadiscio - è quindi per questo particolarmente significativa, cosiccome è stata significativa la semplice cerimonia con la quale e' stata appena concessa la decorazione al v.m. al Magg. Salvati.

Con questo spirito quindi, sfidiamo senza alcuna esitazione chi - anche dai nostri mezzi di informazione - vorrebbe attribuire al nostro popolo solo le qualità (o meglio, le caratteristiche) dello sguaiato e spinellato strimpellatore di rumorose canzoni senza senso, del criminale imbrattattore di mura millenarie, del creatore di mode effimere, oscene e vacue, del folcloristico maneggione privo di ogni scrupolo quando non quelle, addirittura, del malavitoso cronico ed irrecuperabile.

Noi, infatti, ci sentiamo prima di tutto figli di un popolo che ha anche generato grandi uomini e valorosi soldati e questa consapevolezza ci ha convinti, nel momento della nostra scelta di vita, di servire l'Italia con le stellette sul bavero e nei ranghi del reggimento.

Questo, non altro, ci rende consapevoli che esiste ancora qualcosa che vale la pena di difendere, nel nostro paese, prima e al di là della nostra vita.

Incursori del 9° reggimento d'assalto, nelle nostre vene scorre ancora un po' del sangue che fu degli arditi di Messe, di Gazzaniga, di Boschetti e di Marcianò.

In noi e con noi continuano ad operare i sabotatori e gli incursori di Falcone e di Angioni.

Se manterremo la consapevolezza della continuità che ci lega a loro, sapremo meglio operare per la salvezza del nostro popolo e per l'onore della nostra Patria.

Col. Marco Bertolini